Il Palazzo de la Frontera di Lisbona

Written by Franca Crocetto. Posted in Occhi sul mondo

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“… non ricordo i nomi o le date, invece le sensazioni non le dimentico.”

Cees Nooteboom

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Ho conosciuto Adélia molto tempo fa. Una donna dal portamento austero che porta un cognome, Da Fonseca, che ricorda le sue nobili origini portoghesi, rievocate da lei con orgoglio. Fu Adélia a raccontarmi la bellezza dell’arte portoghese, che si esprimeva spesso con i colori e le immagini degli azulejos, mattonelle di maiolica dipinte a mano, arte importata nella penisola iberica dagli Arabi (al-zuleique era la parola araba dalla quale ebbe origine il termine portoghese) i quali usavano le piccole pietre levigate e colorate fin dal medioevo soprattutto nella realizzazione di pavimentazioni a disegni geometrici.
il Portogallo adottò questa tecnica artistica in modo davvero superbo, come non avvenne in nessun altro paese europeo.
In uno dei suoi soggiorni a Muro, Adélia mi regalò un libro, La Frontière, un il romanzo del francese Pascal Quignard che, come lei mi spiegò, aveva scritto una storia immaginaria, pur se intrecciata a fatti storici, che si svolgeva in un luogo molto particolare, il palazzo della Frontera, che il dodicesimo Conte de la Torre, dom João de Mascarenhas, fece costruire nel diciassettesimo secolo a Lisbona: uno degli esempi più belli ed interessanti dell’arte barocca portoghese.

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Giunto fino a noi intatto, ancora abitato dai proprietari, discendenti del conte, il palazzo si protegge dalla balieue che tutto inghiotte, grazie alla cortina dei suoi muri decorati da grandi quadri di mattonelle colorate.
Alla costruzione classica (semplice) di ispirazione italiana si sovrappone la ridondanza delle decorazioni che, insieme all’articolazione spaziale dell’esterno, danno all’insieme architettonico un aspetto barocco. Una serie di terrazze, studiate per carpire il fresco collinare, sapientemente alternate con vasche d’acqua, fontane, vegetazione, disegnano un
insieme reso ancora più complesso dai molteplici temi degli azulejos presenti.
Il libro che Adélia mi ha donato riporta immagini molto belle delle decorazioni del palazzo… io le ho portate sempre nel mio cuore e ho amato Lisbona anche per questo, immaginando il suo fascino anche attraverso quelle figure…

Lisbona, città di confine in bilico tra Europa e Africa. L’oceano penetra nella città con il Tago: così il fiume la fa sua e le dà un’aria, una luce particolare, un profumo di mare e di libertà… la città è il Tago, il fiume è Lisbona, con le sue passeggiate in cui la pietra entra nell’acqua… e si compie il miracolo del vincolo, in cui il fiume infine permette all’oceano di entrare in quella città che non osava arrivare fino all’infinito delle sue acque.

L’azulejo diventa man mano per la città un elemento naturale, come l’acqua, ne assume i colori, si impregna dell’aria limpida, riflette la sua luce, ci racconta la sua storia, ci racconta di quell’ orgoglio portoghese che ha avuto la meglio sulla Spagna, la vicina nemica che tentava di espandersi per raggiungere l’oceano.

Nel palazzo della Fronteira gli azulejos ci parlano anche dell’uomo che lo fece costruire, don João de Mascarhenas, che amava l’avventura e che si meritò il titolo di marchese, di primo marchese della Fronteira, per aver combattuto contro gli spagnoli per l’autonomia della sua Terra.

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La storia vuole che egli stesso abbia disegnato i soggetti delle maioliche con cui sono ricoperti gli spazi interni ed esterni della villa che ubicò nelle campagne di Benfica, sulla collina di Monsanto, per fuggire dalla calura della sua dimora cittadina.

Se così fosse, dobbiamo dire che era veramente un bel tipo, il marchese, uomo di cultura, ma anche dotato di grande ironia, visti i soggetti grotteschi, misteriosi, fantastici che ci guardano con occhi spiritati, quasi invitandoci ad entrare nel loro mondo onirico…
L’interno della residenza presenta dei veri e propri gioielli, prima fra tutti la ricchissima biblioteca con la sua veranda sul giardino, o ancora la decoratissima “sala delle battaglie”,
che ci racconta in tutti i particolari le eroiche azioni di guerra del marchese, inconfondibile con i suoi baffi, che si getta con ardore in battaglia, orgoglioso della sua patria, della sua terra, per difenderla da coloro che la disprezzano e la vedono solo come terra di conquista.
Il Portogallo avrà infine la meglio, ed è il gatto (animale baffuto che qualcuno vuole che impersoni il Portogallo nelle scene strabilianti delle maioliche esterne al palazzo) che, sornione, con la sua furba intelligenza vince la scimmia spagnola.

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Il palazzo si veste di barocco, con la varietà stilistica e tematica delle sue decorazioni.
Nella Galleria delle Arti liberali si esprime la grazia delle figure e la loro eleganza diafana. Sul muro esterno della sala delle battaglie è predominante l’arte figurativa, con grandi quadri raffiguranti le Arti liberali che iniziano con la Poesia, la Pittura, la Scultura e l’Architettura… continuando sul muro che collega la casa alla cappella con l’Aritmetica, la Musica, la Dialettica, la Retorica, la Geometria e l’Astronomia. Le figure, separate da statue di marmo, sono dipinte in prospettiva, dando un senso monumentale a tutto l’insieme e deliziando la vista di coloro che passeggiano sul terrazzo.

Ma su questa stessa galleria, in cui impera l’eleganza delle immagini, fanno da contrapposizione le figurazioni più piccole e più particolari delle sedute, forse volutamente nascoste: ecco le allegorie profane, un mondo fantastico, grottesco, che desta meraviglia.

Animali ibridi, esistenti solo nella umana fantasia nei loro travestimenti di figure quotidiane, sembrano ridere di colui che li osserva stupefatto, sgranano gli occhi quanto li sgrana lo spettatore, lo deridono e lo stupiscono, magari sboccati, spavaldi nelle loro nudità irriverenti … soggetti così audaci, che si contrappongono in modo evidente all’austerità dell’epoca, in cui il mondo religioso dettava le sue leggi, anche nell’arte.

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Mi riportano alla memoria le figure dell’arte ceramica greca, anche nei particolari dei punti di colore che vogliono rappresentare la peluria degli animali, ma mi ricordano anche l’iconografia delle cattedrali romaniche, le figure antropomorfe che rimandano alle pene dell’inferno, così come sono scolpite nei capitelli di Mastro Sarolo nell’Abbadia di Pierno… ma più di tutto somigliano ai disegni degli amanuensi, quelle immagini dei libri di Aristotele che il benedettino Jorge da Burgos de “Il nome della rosa” vuole distruggere, insieme ai suoi scopritori … «Il riso è la cosa più spregevole del mondo, rende l’uomo uguale alle scimmie, ne deforma i tratti, lo rende simile al demonio».

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Dunque nello stesso spazio convivono, senza affatto contrapporsi, grazia e scienza illustrate dalle allegorie classiche e scene grottesche in cui i ruoli quasi si sconvolgono e gli animali divengono umani più degli uomini. Il tutto continua poi nel “giardino della frescura”, laddove grotte artificiali sono rivestite di cocci di maiolica e scene policrome raffigurano lezioni di musica in cui gli scolari sono… gatti(“eu sou o mestre da colfa”… sono il maestro di solfeggio) o la raffigurazione della bottega del barbiere, che sbarba… un gatto!

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Dalla policromia alla bicromia. La “maturità” dell’arte portoghese degli azulejos raggiunge il gusto dominante in tutta Europa, influenzato dall’importazione della porcellana cinese.
Dai pannelli variopinti si giunge all’uso del solo blu cobalto (il cui ossido semplifica la tecnica per la stabilità del colore) bordato di nero su fondo bianco, con l’aggiunta dell’ossido di manganese che crea le tinte ombreggiate. Il giallo e il verde e l’azzurro con cui sono festeggiati il mare, il cielo, la terra generosa, cedono man mano il passo alla nuova moda e la tecnica permette composizioni complesse ed altamente drammatiche. E questi passaggi seguono i passaggi della storia: dall’influenza olandese e italiana (ritroviamo i della Robbia) a quella delle porcellane cinesi. Così l’arte delle azulejos portoghesi strappano il primato a quelle spagnole e il barocco portoghese raggiunge la massima drammaticità.

E’ così nella galleria dei re, in cui naturalmente l’eleganza non può cedere neanche un minuto il passo all’irriverenza, e riprende nel muro di cinta del giardino all’italiana, in cui sono raffigurati i Pianeti, con i ritratti degli dei della mitologia classica che ne hanno dato i nomi, insieme ai segni zodiacali.
Dall’altra parte, i quattro pannelli degli Elementi (Aria, Acqua, Terra, Fuoco). Le allegorie zodiacali portano infine verso il ciclo dei mesi, dove dodici pannelli raccontano il lavoro e la vita quotidiana… dunque dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo tutto ha una grande dignità. La quotidianità, l’arte del fare umile fa da contrapposizione alla grandezza delle arti, compresa quella della guerra celebrata nella sala delle battaglie, quasi a ricordare che tutti gli aspetti, anche quelli più semplici, caratterizzano la vita e che vale la pena viverli tutti, dal più nobile a più umile.

Gli eredi del marchese amano l’arte quanto l’amava lui. Conservano nella loro biblioteca opere contemporanee, così come non hanno timore di commissionare ad un’artista contemporanea il pannello mancante nel bellissimo giardino del Seicento. E ci danno una grande lezione su come antico e moderno possono essere nello stesso luogo, quando li accomuna l’arte, quella vera: “non abbiate paura, laddove sensibilità e bellezza coesistono, ci sarà anche armonia”.

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Le foto dell’articolo sono di Salvatore Pagliuca

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Franca Crocetto

Franca Crocetto

Responsabile yin-sieme Muro Lucano

Sono franca, sempre!
È forse la mia caratteristica e la porto impressa nel nome. Non riesco a non esserlo, anche quando dovrei,
dico subito se una cosa mi piace o non mi piace e … mi piace la gente, la sua storia, mi piacciono gli occhi e
tutto quanto esprimono, anche quando sono occhi che piangono. Mi piace leggere, viaggiare, progettare!
E’ il mio lavoro, progettare, e quando lo faccio mi piace anche l’ansia di fronte al foglio bianco, il sentirsi un
pochino lucignolo, incapace e poi improvvisamente capace di tirar fuori tutti i miei sogni. Ecco perché amo
la biodanza: mi si scatena la voglia di … esprimo finalmente me stessa, non ho più timore, sono io, posso
farmi sentire! Facciamoci sentire, allora!

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