La Città Introvabile. La Fine di un Dialogo

Written by Elena Vigilante. Posted in La Città Introvabile

La città Introvabile - La fine di un dialogoNuova puntata de La città introvabile. Luoghi comuni, consuetudini e vizi di una città che è poi a noi così ignota?

La Città Introvabile. La Fine di un Dialogo

 

Quell’estate stentava a partire. Pioveva e pioveva sempre. Quasi ogni giorno Federica consultava il meteo nella speranza che dal giorno seguente sarebbe scoppiato il caldo. Lamia, arrivata in città, per un progetto interculturale, non vedeva l’ora di ripartire e di rientrare nella sua amata e soleggiata Tunisi. Se ne era allontanata quasi con sollievo dopo gli ultimi avvenimenti politici… e pensare che alle manifestazioni di protesta aveva preso parte anche lei con un coraggio che fino a quel giorno non sapeva di avere.
Come succede che all’improvviso una ingiustizia, perpetrata da anni, non viene più tollerata e diviene causa del rovesciamento di un potere? Qual è il meccanismo per cui il malcontento, sussurrato, impotente acquisisce forza, diviene voce e polverizza un sistema?
Risponderebbero gli smaliziati: manovre occulte di ceti dirigenti economici!
E non può escludersi che questa risposta contenga una parte della verità. Ma una parte è solo una parte e non è il tutto. Ed è fondamentale avere questa consapevolezza. Inoltre bisogna sempre distinguere le origini di un fenomeno dai suoi esiti.
Alcuni libri di storia su eventi scottanti, scritti per lo più da giornalisti, hanno titoli altisonanti, per esempio La vera storia del Risorgimento. Spesso questi testi sono forieri di interrogativi, ma hanno un’impostazione bizzarra: pretendono di fornire l’unica versione dei fatti veritiera. Sono scritti come se gli eventi avessero verità uniche e cause univoche, come se non esistessero i modelli paradigmatici. E purtuttavia di titoli di questo tipo le librerie sono piene e forse nessuno si stupirebbe se qualcuno intitolasse il proprio libro sulle rivolte arabe, incentrato sui gruppi economici implicati nella sfiducia alle classi dirigenti di sempre, La vera storia della primavera araba.
Ma non si può trascurare che all’improvviso il paese era in piazza e che per le strade si gridava ciò che da anni si mormorava. E Lamia, come migliaia di altri giovani, era lì pronta a farsi massacrare.
Federica pensava spesso al coraggio di questi coetanei e le tornavano in mente le parole di Olbracht, che tanti anni prima erano riuscite a mettere in crisi il sistema di pensiero che aveva articolato e su cui fino ad allora si erano poggiate molte delle sue riflessioni storiografiche.
Scrive Olbracht:
«L’uomo ha un bisogno insaziabile di giustizia. Nel proprio intimo si ribella a un ordine sociale che gliela nega, e qualunque sia il mondo in cui vive, dà la colpa di quell’ingiustizia o a quell’ordine sociale o all’intero universo. L’uomo ha in sé un impulso strano e ostinato a ricordare, a riflettere sulle cose e a mutarle, e inoltre porta in sé il desiderio di avere ciò che non può avere, se non altro sotto forma di favola ».

Forse era stato anche questo spirito di giustizia a trascinare la gente nelle piazze per pretendere un sistema equo. E forse quando in un Paese il malcostume dilagante non porta alla rivolta la causa è nel senso di sconfitta di chi lo abita, nella rassegnazione perdurante.
Ma l’assenza di ribellione non è consenso.
Debora aveva incontrato Lamia a cena a casa di Federica e avevano parlato a lungo. Parlavano in inglese perché Lamia non conosceva l’italiano e a fine serata si erano salutate con gli occhi lucidi.
Per Debora la vita non era facile e l’ultimo anno aveva visto una serie di progetti, seguiti con passione e impegno, scompaginati da cause di forza maggiore. Così da un giorno all’altro era stata liquidata dalla società in cui lavorava, per nuovi accordi intervenuti. E tutto si era svolto su altri livelli, senza poter avere voce in capitolo.
Laureata a pieni voti e con un curriculum invidiabile, a meno di trent’anni viveva il senso di impotenza di chi si scontra con un mondo calibrato su altri equilibri. Il giorno della cena era stato per lei anche il giorno della chiusura di un’esperienza paradossale: qualche migliaio di euro delle casse pubbliche impiegato per accondiscendere alla vanità di un anziano direttore, dall’età indefinibile. Lo chiamavano il ciambellano, per la consolidata abitudine di riverire oltre misura ogni suo ospite. Ma era conosciuto anche per la mania di attorniarsi di belle donne e per i corteggiamenti a tappeto. Ed era stato forse il carattere fiero di Debora a indispettirlo.
Il direttore era riuscito a farsi finanziare una tre giorni che si era svolta all’insegna degli eventi mondani che aveva visto tra i partecipanti oltre a sicuri professionisti, gente di dubbia provenienza ma di chiaro approdo.
Così tra persone con titoli di studio poco attinenti, messe a capo di uffici improbabili, lei, l’unica giornalista professionista presente nella sala, era stata trattata come la ragazzina di buone speranze a cui augurare buona fortuna. La ragazza che non riesce a inserirsi. Un’umiliazione continua fatta di riferimenti costanti alla instabilità della sua situazione lavorativa, all’inutilità dei suoi studi. E ognuno si sentiva in diritto di avanzare un consiglio. Spesso i consigli cozzavano tra loro: specializzarsi in un ambito specifico, non specializzarsi affatto, cambiare orizzonte lavorativo, emigrare.
Malafede, sottile sadismo o semplicemente superficialità?
O forse nessuna delle tre spiegazioni. Forse chi è inserito e trae benefici da un sistema, che da anni è la prima causa del sottosviluppo a cui il paese è stato consegnato, preferisce pensare che chi si trova nella situazione di Debora abbia sbagliato indirizzo e strategia, che la sua condizione sia fondamentalmente colpa sua. E il giorno che costui si trova particolarmente magnanimo le augura di farcela, con la sufficienza di chi conosce il mondo e pensa che Debora fondamentalmente sia solo un’ingenua.
Quella sera però l’incontro con Lamia le aveva dato forza e rientrando a casa pensava che non vi era alternativa all’opposizione e allo scontro e che con queste persone erano venute meno le condizioni per un dialogo. Al resto ci avrebbe pensato domani.

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Elena Vigilante

Elena Vigilante

Vicepresidente

Le mie passioni sono difficili da sintetizzare.. vanno dalla storia, specie dell’età contemporanea (anche se ho una curiosità costante verso tutte le forme di ribellismo dell’età moderna e verso la quotidianità del
periodo medievale ), alla letteratura, specie italiana, francese, russa e israeliana agli studi sulle questioni di
genere, al cinema, soprattutto europeo, alla musica classica , essenzialmente Mozart.
Amo l’interazione e in particolare mi piace confrontarmi con le altre culture. Da giovanissima ho partecipato al programma Gioventù della Direzione Generale Istruzione e Cultura della Commissione Europea, come volontaria e ho trascorso sei mesi in un paesino francese lavorando a progetti relativi alle pari opportunità.
Ho studiato all’Università degli Studi di Bologna e ho conseguito il dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea a Bari. La mia attività di ricerca è relativa soprattutto al periodo fascista; tuttavia negli ultimi anni studio, sempre con maggiore interesse, le politiche di sviluppo industriale del secondo dopoguerra.
Da qualche giorno sono europrogettista!
Nella vita lavoro nella ricerca e nella formazione: fino a dicembre ho tenuto il corso di Storia Economica presso l’Università degli Studi della Basilicata. Ho scritto diversi rapporti sul mercato del lavoro e sul welfare, nell’ambito di plurimi progetti. Da anni sono docente nei corsi di formazione e insegno italiano a ragazzi stranieri

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