La Città Introvabile. Resistenze

Written by Elena Vigilante. Posted in La Città Introvabile

La città Introvabile - ResistenzeNuova puntata de La città introvabile. Luoghi comuni, consuetudini e vizi di una città che è poi a noi così ignota?

La Città Introvabile. Resistenze

 

Bastava allontanarsi di qualche kilometro per avere la sensazione di tornare indietro nel tempo.
Nelle giornate particolarmente fredde, di neve e neve caduta sulle strade, nei vicoli non si udivano rumori, solo il fumo usciva ininterrottamente dai camini delle stufe a legna.
Nelle case con il camino in un’unica stanza il freddo era insopportabile.
Per Mara la dimensione del paese era stata una scelta. Apriva la porta e col cappotto addosso e la sciarpa fino al naso si metteva a sedere sull’uscio: il freddo pungente, il lampione lanterna a illuminare il vicolo imbiancato. Era difficile da far comprendere, ma quel vicolo era la sua America. Lo aveva cercato per circa un anno perlustrando i paesini limitrofi palmo a palmo. In piena estate le pietre riflettevano il sole e imbiancavano il paesaggio di case dismesse e di un parco. Lo aveva cercato per un anno, ma sognato da sempre. Quando era bambina pretendeva che tutti la ascoltassero raccontare il passato in cui era già stata adulta. Era un gioco semplice: bastava invertire il naturale corso del tempo, capovolgendolo. Così la storia cominciava con un’espressione paradossale: “quando ero grande…” e giù a descrivere i mille particolari di una vita vissuta facendo la maestra in una scuola di campagna.
Per questo, molti anni dopo, le giornate in un paesino della Francia meridionale le erano parse già vissute e la dimensione del vicolo le si scrisse nel cuore così indelebilmente da divenire motivo di una ricerca costante.
Ma era anche vero che in fondo la sua città altro non era che un vicolo rinnegato, un paese che si percepisce città, che si ubriaca della dimensione cittadina e la rincorre ma non riesce ad afferrarne il segreto e per questo soccombe. In questo senso la ricerca del vicolo era stata un ritorno alle origini.
E poi un vicolo non è mai solo un vicolo. È un gruppo di famiglie che ci abita, è l’insieme degli abitati, i loro colori, i materiali e i colori delle porte, i balconcini e le scale.
Per Mara il vicolo rappresentava un viaggio a ritroso, la possibilità di infilarsi nella macchina del tempo e guardare in faccia i luoghi della conservazione e dell’arretratezza.
Le case mal riscaldate, le anziane con le calze spesse anche in piena estate, la sveglia alle sei del mattino, la giornata impiegata tra le faccende di casa e le chiacchierate tra vicini rappresentavano esattamente questo.
Lucia, invece, nel vicolo c’era nata. Per lei, di trentasette anni, analfabeta e senza patente, il vicolo costituiva l’unica vita immaginabile. Parlava a voce alta ed era sposata a un taglialegna con cui condivideva una routine miserabile in una casa con un lucernaio e troppa umidità. Come fosse possibile nel 2013 avere trentasette anni ed essere analfabeti rimaneva inspiegato. Suo figlio Rocco lo raccontava a tutti. Aveva cinque anni, parlava sorprendentemente un italiano ripulito da ogni espressione dialettale e già sapeva scrivere: ogni giorno imparava una parola nuova, tornava da scuola e la mostrava a sua madre che alzava gli occhi al cielo e ringraziava il Signore per avergli donato quel figlio così intelligente. Scene come questa, nell’Italia degli anni Cinquanta dovevano essere state la norma… ed ecco che il vicolo offriva l’occasione per vederli dritti negli occhi gli anni Cinquanta che ora risuonavano del vocio dei figli che imparavano a scrivere e di madri stupite.
Ma una donna occidentale di trentasette anni analfabeta, in un vicolo di una realtà semi cittadina del 2013, spingeva a riflessioni inerenti ai processi di sviluppo incompiuti, nonostante le scuole primarie presenti in ogni comune, la diffusione della televisione, l’inconfutabile salto in avanti dell’intero Paese e di quell’area territoriale nell’ultimo sessantennio.
Né la vicenda di Lucia costituiva una storia di marginalità isolata. Le facevano eco altre storie identiche, di uomini e di donne rimasti inspiegabili protagonisti di realtà desuete. Una sorte del genere era toccata a Tonino che abitava in una campagna irraggiungibile della provincia. La sua famiglia viveva nella stanza di un rudere posto a ridosso della stalla. Qui illuminazione elettrica e acqua potabile costituivano i segni tangibili della modernità, a cui si affiancava una quotidianità fatta di pecore portate al pascolo e di mucche munte senza ausilio di macchine.
Maria, invece, aveva cinquantacinque anni e i capelli raccolti nel fazzoletto. Indossava larghe gonne di tela nera. A stento leggeva e scriveva e passava le giornate negli antichi rituali di preparazione degli alimenti. E pensare che aveva vissuto i suoi vent’anni negli anni Settanta, quando anche nelle scuole delle realtà di provincia studenti e studentesse partecipavano ai cortei, indossando pantaloni a zampa di elefante e minigonne vertiginose.
Intere aree sottoposte a processi di industrializzazione, il diffondersi dell’economia dei servizi, il sopraggiungere di nuove figure sociali, la lavatrice, la lavastoviglie, l’aspirapolvere, un insieme di consultazioni popolari che segnavano l’acquisizione dei diritti civili, manifestazioni studentesche, femministe e Maria a insaccare il salame e a chiacchierare sull’uscio di casa con gli anziani vicini.
In paese, però, la eco di un mondo modificato era arrivata prepotente. E nel 2013 anche le nipoti di Pasquale, il calzolaio, avevano studiato e usavano il tablet. I figli di Giovanni, il falegname, avevano trasformato la bottega in un mobilificio moderno e viaggiavano per promuovere l’azienda e per aprirsi ai mercati. Alessandro e Anna si impegnavano con passione e poco denaro nell’ambito della valorizzazione del patrimonio culturale del paese in cui erano nati, ma la maggior parte degli uomini e delle donne in età di lavoro aveva lasciato il paese per lavorare in città o per trasferirsi altrove. Così, soprattutto d’inverno, nel territorio vi erano soprattutto anziani con le spalle curve: uomini e donne arresi e stanchi, convinti che il mondo non sarebbe potuto andare diversamente da come era sempre andato.
Eppure negli anni Cinquanta le lotte contadine avevano contribuito a sovvertire le regole di un gioco per secoli svantaggioso, ma nelle loro menti, con più forza, erano rimaste impresse le antiche ingiustizie e qualche furberia dei capi popolo di allora. Le raccontavano con triste rassegnazione e inconsapevolmente contribuivano alla lentezza di un’area territoriale contraddittoria.
Gli incontri con queste donne e questi uomini stanchi ti toglievano ogni certezza e nella mente ti lasciavano una confusione lacerante e un senso di impotenza profondo.

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Elena Vigilante

Elena Vigilante

Vicepresidente

Le mie passioni sono difficili da sintetizzare.. vanno dalla storia, specie dell’età contemporanea (anche se ho una curiosità costante verso tutte le forme di ribellismo dell’età moderna e verso la quotidianità del
periodo medievale ), alla letteratura, specie italiana, francese, russa e israeliana agli studi sulle questioni di
genere, al cinema, soprattutto europeo, alla musica classica , essenzialmente Mozart.
Amo l’interazione e in particolare mi piace confrontarmi con le altre culture. Da giovanissima ho partecipato al programma Gioventù della Direzione Generale Istruzione e Cultura della Commissione Europea, come volontaria e ho trascorso sei mesi in un paesino francese lavorando a progetti relativi alle pari opportunità.
Ho studiato all’Università degli Studi di Bologna e ho conseguito il dottorato di ricerca in Storia moderna e contemporanea a Bari. La mia attività di ricerca è relativa soprattutto al periodo fascista; tuttavia negli ultimi anni studio, sempre con maggiore interesse, le politiche di sviluppo industriale del secondo dopoguerra.
Da qualche giorno sono europrogettista!
Nella vita lavoro nella ricerca e nella formazione: fino a dicembre ho tenuto il corso di Storia Economica presso l’Università degli Studi della Basilicata. Ho scritto diversi rapporti sul mercato del lavoro e sul welfare, nell’ambito di plurimi progetti. Da anni sono docente nei corsi di formazione e insegno italiano a ragazzi stranieri

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