L’umanizzazione delle cure – Rionero in Vulture

Written by Antonella Amodio. Posted in Occhi sul mondo

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Intervento

E’con estremo piacere che partecipo a questo incontro, portare il proprio mondo al mondo, resta sempre una grande opportunità. Ringrazio tutti i presenti, tutti quelli che hanno voluto un dibattito su di un tema a me tanto caro. Soprattutto i tanti ragazzi che vedo, va loro, sempre, il mio più grande interesse.
.. E’ un enorme gioia ritrovarvi qui in tanti, voi siete il nostro futuro e quello che vorremmo dirvi è: non abbiate paura, ci siamo noi, la comunità degli esseri umani…l’appartenenza è il più grande fattore di resilienza e noi tutti, la scuola, l’università, il mondo della sanità, vogliamo solo che voi siate migliori di noi, questo è il progresso, ciò che segue sia sempre un gradino più in alto di ciò che l’ha preceduto, e, per quella che è la mia esperienza, voi lo siete.
L’arte e la malattia, l’arte e il dolore, l’arte e la morte…Da sempre l’arte rappresenta per l’uomo la possibilità di sublimare, rendere sublimi, i propri gesti quotidiani, quelli che messi insieme, fanno la nostra intera vita. Le grandi cose sono eclatanti ma rare e non riempiono un’intera esistenza, sono le piccole cose, quelle della quotidianità che invece lo fanno, sono i gesti consueti, umili che parlano di noi, del nostro amore per la vita e per chi ci circonda. La malattia, la morte, fanno indissolubilmente parte del nostro essere al mondo, solo il recuperarne il valore ci consentirà di uscire da quell’alienazione di chi prende a sentirsi distaccato e distante da ciò che fa e che lo circonda, quell’alienazione che spesso attanaglia quanti soffrono una malattia allontanandoli dal mondo prima del tempo.
Soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, si finisce facilmente col trascurare alcuni settori come quelli della ricerca, dell’istruzione, del ben essere, immaginando che ciò che non da utili immediati, non sia di fatto primario ma è chiaro invece che la felicità lo sia. Signori vorrei citarvi Herman Hesse, il suo dire ‘non esiste il dovere di amare, esiste quello di essere felici ma, felice, è solo chi sa amare’ e, consentitemi di aggiungere, chi sa amare la vita, fin che c’è.
In questo secolo dominato dall’approccio sistemico, dal concetto di rete, da quelle dei network a quelle sociali più in generale, l’individuo non può più essere visto isolato dal suo sistema di relazioni, l’io è nella relazione con l’altro al pari delle particelle materiali, come esse, isolato è solo un’astrazione. L’annoso dualismo mente-corpo viene così superato sostituendo il rapporto corpo-mente con quello corpo-mondo sottolineando la centralità dell’esperienza umana di essere al mondo. Oltre ad essere al mondo, dunque l’uomo ha un mondo, riceve stimoli, li elabora, li restituisce, si muove. La psiche diviene così la modalità con cui ognuno di noi è al mondo.
Durante una malattia purtroppo,anche una semplice influenza, il posto del mondo viene preso dal corpo, io(che sono il mio corpo) quando sono sano, sono rivolto verso il mondo, nella malattia invece, mi scindo dal corpo per guardare ad esso stesso piuttosto che al mondo. Così il corpo invece che veicolo per essere al mondo, malato, diviene l’ostacolo per poterlo essere. Ristabilire un contatto con il mondo diviene indispensabile, se non per la guarigione, sicuramente per circoscrivere quanto più possibile gli effetti negativi della malattia. La mia professione mi porta costantemente di fronte al disagio di chi, a prescindere la malattia della carne, ha perso un poco se stesso, la sua relazione con l’altro da sé, con il mondo, restando ingabbiato in un solipsismo che è già un po’ la morte dell’anima.
Ecco perché l’arte nella malattia, per continuare a guardare al mondo.
E’ nel corpo che risiedono le emozioni, scritte nella memoria procedurale, quella che si è nutrita di contatto, sguardi, suoni, luci ed odori, in un tempo in cui il noi bambino non aveva appreso ancora a parlare. E’ nel corpo il primo stadio della nostra intelligenza, quella senso motoria per l’appunto, quella a cui sempre è necessario fare ricorso quando nuovi apprendimenti risultano troppo ardui da agganciare. E’ nel corpo, in un abbraccio, che, come uomini, sentiamo di non essere soli, il contatto è un nutrimento dell’anima, un bisogno primario, senza contatto, seppur nutrito, accudito, il piccolo essere umano si lascia andare sino spesso a morire di depressione anaclitica, quella che Spitz ha chiamato alessitimia..
Ecco perché la danza nella malattia, per ristabilire un contatto dei corpi che è prima di tutto un contatto con il cuore del mondo in quella che è un’espressione artistica nata con l’uomo stesso. Da sempre le danze propiziatrici hanno legato l’uomo alle semine, ai raccolti, ai ritmi circadiani, a quelli lunari, agli altri uomini…
La biodanza, ben lungi dall’essere una prestazione, cosa che rende ancora una volta il corpo semplice strumento, così come avviene nelle varie discipline sportive, opera piuttosto un’integrazione con tutte le parti di sé consentendo di esprimere le proprie emozioni in gesti che diventano una musica dell’anima.
Un movimento libero dunque, accompagnato, trasportato dalla musica , che avviene nel totale rispetto dei propri bisogni fisiologici, quali essi siano, con e senza malattia e non certo teso a raggiungimenti di standard, che al contrario non tengono affatto conto di questi stessi.
Un movimento che ci riporta quindi a sentire quel legame con il mondo nel creare un accordo con i suoi ritmi e con i nostri, quali essi siano divenuti.
Guardare al mondo, è anche e soprattutto guardare a quanto di bello in esso vi è.
Il bello, il sublime, sono un nutrimento dell’anima e l’arte, qualsiasi essa sia, resta pur sempre la massima espressione umana del bello e del sublime.
Arte e malattia, il primato del bello sul male..
Quanto alla musica poi, quella che Kierkegaard definì la più sensuale di tutte le arti, quella che per il suo grande potere immaginifico più di tutte rapisce i sensi, la sua capacità di trasportarci, di farci rivivere particolari stati d’animo è nota a tutti. Esprimere in musica i propri sentimenti, danzarli in una danza che a volte può essere anche solo quella del cuore, diviene la possibilità di oltrepassare il muro.
Come strumento terapeutico, ho utilizzato la biodanza con i bambini con disturbo specifico di apprendimento in una ricercazione che ha mostrato quanto questo approccio sia valido per aumentarne l’autostima con grossi vantaggi sulla loro ansia da prestazione e ottima ricaduta sul loro successo scolastico. L’ ho usata nelle balbuzie, dove sostituendo la fatica della parola, con la danza dei gesti, ha avuto al fine il potere di rendere fluente quell’ eloquio. L’ho utilizzata nell’alzaimer dove non c’è più parola ed essa, per incanto, è divenuta comunicazione.
La musica purtroppo non può guarire Marco ma il suo sax lo accompagna nella sua malattia..
La musica che guarisce, la musica che lenisce, che parla per noi, che parla di noi… che ci accompagna là dove altrimenti non ci è dato di arrivare, che veste di note anche il nostro dolore.

Antonella Amodio

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Antonella Amodio

Antonella Amodio

Presidente

Francesca Antonella Amodio, per tutti Antonella, presidente di Yin-sieme. Docente, pedagogista, psicologa, psicoterapeuta ad indirizzo bioenergetico, biodanzante. Formatrice nazionale DSA, da brava dislessica, ideatrice e conduttrice delle ‘feste dys’ di cui sono ovviamente a tutti gli effetti il capo.
Autrice de ‘Il laribinto, il mio viaggio nella dislessia’ e del romanzo ‘Lo zoo del piano di sopra.. quando al piano di sotto l’amore fa male , adoro scrivere. Istruttrice di nuoto, molti gli sport praticati, amo tutto quello che ha a che fare con la corporeità così come con la spiritualità, pratico meditazione e sono stata più volte in India per questo, ho il secondo livello di Reiki, sono vegana, rispetto e onoro ogni religione e credo in quella dell’essere umano. Da quando un anziano monaco m’ha detto che il mio sorriso è il sorriso di Dio, ho realizzato che è vero, quello di ognuno lo è, così ho pensato che il Paradiso sarà qui, quando ogni essere al mondo sorriderà e…io voglio essere in Paradisoooo!

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