Re della terra selvaggia

Written by Franca Crocetto. Posted in Occhi sul mondo

 Re-della-terra-selvaggia-cover-vcd-front“L’intero universo si regge sull’incastro perfetto di tutte le cose. Se un pezzo si rompe, anche più piccolo, l’intero universo si rompe”.

Forse perché ne avevo parlato a mia figlia per la prima volta la domenica precedente, le scene dell’uragano del film Re della terra selvaggia mi hanno fatto ritornare alla memoria il mio uragano, il terremoto del 1980, le trasformazioni sui luoghi, ma anche nell’animo delle persone. E le reazioni, così diverse, che ciascuno di noi ha avuto. Ho già scritto di quello che per me ha significato quel periodo, di come ci siamo ritrovati nudi di fronte a tutti, quella notte in cui le nostre case si sono scoperchiate, i muri rotti hanno mostrato l’intimità delle nostre case e delle nostre vite.
Allora io ero all’università, ritornavo spesso a Muro (Lucano) il sabato, ma sempre dopo aver “partecipato” alla lezione di Riccardo Dalisi, l’architetto visionario che alcuni non prendevano neanche sul serio, la cui forza era poco compresa, e per questo anche non temuta: lui era sempre fuori dalla “normalità”, non faceva alcuno sforzo per essere accettato, ci trasmetteva i suoi sogni e le sue visioni senza remore, senza timori, chiedendoci soprattutto di far uscir fuori i nostri, di sogni, spiegandoci che l’architettura è fantasia, visioni ancestrali, paure e desideri, è soprattutto il nostro vissuto. Un giorno disegnò un camino e ci chiese di progettare una casa intorno al camino. Cosa rappresentava per noi un focolare? Avremmo dovuto immaginare uno spazio da vivere intorno al focolare che, naturalmente, rappresentava la nostra storia, i nostri avi, la memoria. Noi, diceva, avremmo dovuto progettare gli spazi rispettando, anzi mettendo al centro di tutto la memoria e la storia, la vita.
Subito dopo il terremoto Dalisi mi contattò. Mi conosceva bene perché frequentavo spesso il suo studio in Calata San Martino, dove si tenevano sessioni di ascolto di musica o di poesia ed io non mancavo mai: si respirava un’aria speciale, mi attraeva molto quel luogo, zeppo di oggetti strani, simili a giochi di un bambino geniale e bizzarro. Mi chiamò dicendomi che voleva incontrare le persone del mio paese per parlare con loro, perché non si facessero prendere dalla fretta e dalla paura, perché riedificassero da soli le loro case, senza l’intervento esterno di chi vedeva solo interessi nella ricostruzione. “Autocostruzione”, lui la chiamava, quella forma di cooperazione delle persone per ricostruire i propri spazi perduti, intendendo naturalmente anche l’autocostruzione di sé, del proprio io, della propria storia. Io per prima non capii quest’uomo un po’ pazzo che ci diceva di usare i nostri materiali e soprattutto la nostra forza, perché nessuno ci rubasse la vita. Avevo lasciato la mia famiglia per aiutare la gente nei primi giorni, nei mesi che seguirono quel terribile giorno di novembre, avevo aiutato a montare le tende, anche quando qualcuno mi derideva e mi chiedeva perché lo facessi, io che avevo la casa intatta! Sapevo, inconsciamente, che avevo subito anch’io i danni di quel mostro forzuto, ed in quel modo cercavo di aiutare soprattutto me stessa. Ma non capivo cosa volesse quell’uomo di cui prima avevo amato tanto l’innocenza: non c’era tempo, la gente viveva nelle tende ed aveva bisogno di un riparo più sicuro, di muri intorno a sé! Non capivo che quei muri sarebbero diventati un limite, una chiusura su se stessi, che ci avrebbero fatto dimenticare la nostra appartenenza ad una comunità, persino l’importanza di farne parte!

 “Certe volte uno rompe una cosa così male, che non si può rimettere a posto” 

Quando ho visto la scena del film in cui gli abitanti della “grande vasca” ricostruivano insieme la loro casa, mostruosa e al tempo stesso bellissima nella sua fierezza, simile ad un istrice pronto all’attacco, con mille lance di legno che venivano fuori dal tetto, rimandando ad immagini di lotta primitiva, di difesa (difesa dei propri valori!), ho ricordato quello che Dalisi avrebbe voluto si verificasse, della forza della cooperazione, che si contrappone alla fragilità di chi non si sente realmente di appartenere ad una comunità.
La terra in cui vive Hushpuppy, la magnifica ragazzina del film, è per tutti la grande vasca, perché ogni uragano che arriva la sommerge, distruggendo ogni cosa. Tutto questo accade anche perché c’è una diga, che divide la “civiltà” da quel mondo primitivo, selvaggio, sporco, luogo da paura, ma affascinante, dove gli animali sono una parte, pur se piccola, ugualmente importante. Hushpuppy ne ascolta il battito del cuore, che le ricorda il proprio e quello dell’intero universo. Quegli stessi animali sono scagliati con forza sulla brace, sono fatti a pezzi con furia tra le mani, perché rientrino nel ciclo della vita, in quella vita in cui ogni giorno si festeggia, in cui la morte è iniziazione ad una nuova esistenza. Wink, il padre che sta per morire, non può perdere tempo, non può lasciare la figlia prima di averle insegnato a vivere senza che ci sia nessuno a difenderla, prima di averle trasmesso i suoi valori per affrontare la vita.
La forza di questo film sta nell’essere crudo, pur senza essere violento, nel penetrare nelle carni con la forza della musica, con le immagini vorticose, con l’immensa bellezza della natura e nel ridare pace, quella pace che si raggiunge solo dopo aver lottato, dopo aver sofferto, dopo aver vissuto con tutto se stesso la vita, anche quella che si impone con forza ed espone al dolore. La natura, madre matrigna, distrugge tutto con la violenza del ciclone e subito dopo si fa poi perdonare con la sua armonia, in contrasto con il caos di una casa fatta di lamiere, di carta, dove gli animali vivono insieme all’uomo, dove il ricordo della persona perduta è un piccolo abito di poco valore, che ti riscalda nel momento della paura, che si dona a chi si ama per quello che contiene, per ciò che rappresenta. Nessuno vorrebbe lasciare quella casa: rappresenta la vita, una vita svuotata di tutto ciò che è superfluo, di cui rimane l’essenza, la sostanza. Una vita da vivere a tutti i costi, anche quando chi ti ha generato sta per abbandonarti, ma non prima di averti insegnato ad affrontare gli aurochs, le feroci creature del passato … del tuo passato.
Il mio terremoto, ora, è più simile ad un auroch e, come Hushpuppy, dovrò affrontarlo per vincerlo!

 “Quando tutto è silenzio, vedo tutto ciò che mi ha creato volare intorno in pezzettini invisibili … e capisco che sono anch’io un pezzettino invisibile di un grande, grandissimo universo …”

 

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Franca Crocetto

Franca Crocetto

Responsabile yin-sieme Muro Lucano

Sono franca, sempre!
È forse la mia caratteristica e la porto impressa nel nome. Non riesco a non esserlo, anche quando dovrei,
dico subito se una cosa mi piace o non mi piace e … mi piace la gente, la sua storia, mi piacciono gli occhi e
tutto quanto esprimono, anche quando sono occhi che piangono. Mi piace leggere, viaggiare, progettare!
E’ il mio lavoro, progettare, e quando lo faccio mi piace anche l’ansia di fronte al foglio bianco, il sentirsi un
pochino lucignolo, incapace e poi improvvisamente capace di tirar fuori tutti i miei sogni. Ecco perché amo
la biodanza: mi si scatena la voglia di … esprimo finalmente me stessa, non ho più timore, sono io, posso
farmi sentire! Facciamoci sentire, allora!

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